I cambiamenti climatici sono la più grande minaccia ambientale che l’umanità si trova ad affrontare. L’aumento della temperatura terrestre, oggi pari a +0,8°C, è stato causato per la maggior parte alle emissioni di gas serra dei Paesi industrializzati, che continuano ad aumentare. Se non si interviene ora, tale aumento potrebbe arrivare a +6°C entro il 2100.
La scienza è molto chiara su cosa occorre fare per evitare impatti climatici catastrofici: le emissioni di CO2 devono essere stabilizzate al più presto, nei prossimi sei anni, per poi essere portate il più possibile vicino allo ZERO entro il 2050. Anche se questo avvenisse, alcuni impatti gravi non potranno essere evitati.
Eppure, mentre i fenomeni climatici si aggravano sotto i nostri occhi, e di fronte al messaggio forte e chiaro da parte del mondo scientifico internazionale, la politica non ha ancora fatto i passi necessari per arrivare a un accordo mondiale per salvare il Pianeta, gli ecosistemi e milioni di vite umane dai peggiori e irreversibili impatti dei cambiamenti climatici.
I cambiamenti climatici causeranno l’estinzione in massa del 20-30% delle specie oggi conosciute; la perdita di ghiaccio nell’Artico e nell’Antartico ha superato gli scenari più negativi disegnati dagli scienziati, e molti atolli e isole rischiano di sparire costringendo intere popolazioni a spostarsi. Quando i terreni fertili verranno colpiti da siccità e alluvioni, la sicurezza alimentare di miliardi di persone sarà a rischio.
Per porre parziale rimedio agli scenari drammatici disegnati dalle attuali conoscenze scientifiche, la prossima Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici di Copenhagen rappresenta l’ultima possibilità di intervenire in tempo, perché se non sarà raggiunto un accordo sulla riduzione immediata delle emissioni, le possibilità di arginare gli effetti più catastrofici saranno compromesse. Copenhagen è l’ultima chiamata.
A soli pochi mesi dalla conferenza ONU sul clima di Copenhagen, è indispensabile che i capi di stato si assumano la responsabilità e rompano lo stallo che affligge i dibattiti sul clima, prendendo impegni concreti sul taglio delle emissioni e sul piano finanziario, cogliendo l’opportunità di stimolare la ripresa economica, favorendo scelte energetiche pulite e creando milioni di nuovi posti di lavoro verdi. La crisi climatica è un’opportunità per uscire dalla crisi economica, rinnovando il sistema produttivo in chiave ecologica.
Il terremoto che ha colpito la città dell’Aquila è stato un chiaro monito del potere distruttivo dei disastri naturali. Le scosse che hanno devastato le case, i beni e le vite di così tante persone non potevano essere evitate. Ma i cambiamenti climatici si. I leader del Mondo sono responsabili del destino di miliardi di persone, della sopravvivenza di ecosistemi e specie naturali, del mondo come lo conosciamo. Ora è il momento di agire.
Greenpeace si batte e continuerà a battersi affinchè i maggiori Paesi emettitori di gas serra raggiungano un accordo globale forte, equo e legalmente vincolante a Copenhagen per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra di almeno il 40% entro il 2020. Le scelte politiche possono essere complicate. Quelle esistenziali invece sono semplici.
Francesco Tedesco
Il mondo si aspetta che in occasione del vertice sul clima che è iniziato oggi a Copenhagen vengano fatti concreti passi in avanti sul clima, così da gettare le basi per giungere ad un accordo di alto livello a Copenhagen. Greenpeace crede che i governi di tutto il mondo, e i Paesi industrializzati in particolare, debbano lavorare affinché sia raggiunto un accordo “salva-clima” ambizioso ed efficace, che permetta di conseguire i seguenti obiettivi imprescindibili:
- La temperatura media globale deve essere mantenuta ben al di sotto di un aumento di 2°C rispetto ai livelli pre-industriali, per evitare impatti climatici catastrofici
- Le crescita delle emissioni globali di gas serra deve essere fermata entro il 2015. Le emissioni devono essere ridotte drasticamente per arrivare il più vicino possibile allo ZERO entro il 2050
- I Paesi industrializzati, come gruppo, devono impegnarsi a ridurre le proprie emissioni di gas serra di almeno il 40% entro il 2020, rispetto ai livelli del 1990
- I Paesi industrializzati, come gruppo, devono impegnarsi a fornire risorse finanziarie addizionali ai Paesi in Via di Sviluppo pari ad almeno 110 miliardi di euro all’anno (fino al 2020) per supportare la transizione verso un sistema energetico pulito basato su fonti rinnovabili, per fermare la distruzione delle foreste tropicali, e per misure di adattamento agli inevitabili impatti del cambiamento climatico
- False soluzioni, pericolose e immature, come l’energia nucleare e la cattura e lo stoccaggio della CO2 da impianti a carbone (CCS) non devono rientrare tra le opzioni finanziabili all’interno del Protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni
- La deforestazione (e le emissioni ad essa associate) deve essere fermata in tutti i PVS al più tardi entro il 2020. L’obiettivo “Deforestazione ZERO” deve essere raggiunto già entro il 2015 in Amazzonia, Congo e Indonesia.
dicembre 12, 2009
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